Erba impresario alla Barnum
(CONDUTTORE DAL VIVO:)
Ancora un prestigioso autore, studioso e critico teatrale per Repubblica, Alfonso Cipolla, ci conduce col suo stile inconfondibile in una godibile rivisitazione di Giuseppe Erba, impresario alla Barnum.
(INTERVENTO ALFONSO CIPOLLA REGISTRATO DA ENRICO FASELLA:) Io Giuseppe Erba, il commendatore, non l’ho mai conosciuto. In compenso, però, ho conosciuto Golia. Sono un figlio, seppure indiretto, della mitica Elementare “Baretti sezione Moncenisio”, la scuola di Cuore, al numero 2 di via della Cittadella, trasformata poi nella Media “Cesare Balbo”. Lo ricordo, perché l’arrivo di Golia, a me bambino, sembrava uscire da quelle pagine lontane. Che cosa c’entrava “Golia” e in corso Siccardi poi? Un tendone come un hangar che sembrava un circo, ma non lo era. Montato dal giorno alla notte, a sbarrarmi la strada per andare a scuola: una bocca aperta spalancata su… non sapevo neppure su cosa, ma certo quella porta era seduzione grande. Grande campeggiava la scritta: la balena Golia. Altro che Cuore, era Pinocchio, era Giona, era Moby Dick. No, era Cuore davvero, perché a vincere non era tanto la balena, ma quel nome, “Golia”: la gigantitudine ingabbiata in un corpo, la leggenda a portata di pochi spiccioli, il “c’era una volta” incontrato per strada. Così anch’io entrai nella pancia della balena, un giorno che non c’era ginnastica e c’erano due ore in meno di scuola. Varcare la soglia: l’emozione più grande. Poi una montagna di grigio e un odore strano, tra il disinfettante da ospedale e la pasta d’acciughe. Mi confondevo quasi in quel grigio: grigia la balena, grigio il mio berretto, grigio il cappotto, grigi i pantaloni corti, solo le ginocchia erano rubizze dal freddo. Quel confondersi, però, era altro: era il sogno che a poco a poco si infrangeva, era Golia che tornava semplice balena, che perdeva il suo nome, al pari del fascino di quel mistero disgelato. Sono passati tanti anni, ma adesso lo so con precisione: devo a Giuseppe Erba la perdita della mia infanzia. Ma queste sono questioni personali. Resta il fatto che solo un impresario geniale, un impresario radicato nello spirito della piazza, poteva partorire l’idea della balena: far assurgere agli onori il fenomeno da baraccone. In questo Giuseppe Erba è molto simile all’impresario per eccellenza, al re degli impresari, a Barnum, all’indiscusso inventore della pubblicità nello spettacolo. Siamo nell’America d’inizio Ottocento, Barnum è un ragazzo. Appena racimola un po’ di soldi, compra un’orrida schiava nera, dall’apparenza decrepita. La fa credere non solo la donna più vecchia del mondo, ma addirittura la pluricentenaria balia di Giorgio Washington. Tutti i giornali ne parlano, è l’inizio d’un impero. Con la vecchia Barnum girerà l’America incassando cifre favolose, finché la vecchia stremata da quella vita randagia non morirà alla veneranda età di soli ottant’anni. Ma oramai il gioco è fatto. Barnum compra nani e giganti, selvaggi e antropofagi, l’uomo dalla testa d’acciaio e poi le cascate del Niagara in miniatura ed ogni sorta di fenomeno.
Ma è con la pubblicità che vince: inventa le grandi parate per strada, tappezza le città di manifesti, compra intere pagine di giornale, arriva persino a autoquerelarsi per lo sfruttamento di quei poveretti che mette alla berlina. È talmente eclatante la parabola di Barnum che arriva addirittura a diventare fenomeno di se stesso: si presentava in pista su un cocchio trainato da sgargianti cavalli. Nessuna attrazione poteva più competere con lui. Non so se esiste il paradiso degli impresari, ma se ci fosse mi piacerebbe immaginare il commendator Erba, qualche volta, in mezzo alla pista del gran circo del suo amico Barnum, a cavallo della balena, tra gli applausi scroscianti di nani e giganti, donne cannone e angeli volanti che lo acclamano fratello.











































