Oh dio mio!

Il Giardino Segreto e Il Giornalino di Gian Burrasca
4 luglio 2019
Parlo italiano
4 luglio 2019

PIERO NUTI   MIRIAM MESTURINO

Oh dio mio!

di ANAT GOV – regia GIROLAMO ANGIONE
scena Cristina Hong Sang Hee – musiche Gabriele Bolletta

E se ti capitasse di avere come paziente DIO IN PERSONA??

Una commedia divertente e profonda, pervasa –nella migliore tradizione yiddish- da un umorismo sagace. L’edizione della Compagnia Torino Spettacoli di Oh Dio mio! di Anat Gov, nella traduzione di Enrico Luttmann e Pino Tierno, è diretta da Girolamo Angione. Protagonisti due beniamini del pubblico, a formare una coppia inedita e fortissima: Piero Nuti e Miriam Mesturino, con la partecipazione del giovane Gabriele Racca nel ruolo di Lior. La scena è curata da Gian Mesturino, le decorazioni da Cristina Hong Sang Hee e le musiche da Gabriele Bolletta.
In questo testo ironico, intelligente e surreale di una delle più importanti drammaturghe israeliane, la psicologa Ella, laica, ma desiderosa di una fede, madre single di un ragazzino autistico, riceve un paziente speciale, che dice di essere Dio. La donna inizialmente è perplessa, ma poi realizza di trovarsi veramente di fronte a Dio, un dio depresso, malato da 2000 anni, fragile seppur onnipotente, che sta meditando di spazzare il mondo con un nuovo diluvio universale. In un dialogo- terapia scoppiettante, ricco di battute divertenti e acute, Piero Nuti e Miriam Mesturino affrontano problemi esistenziali, il mistero della creazione, la vita umana, le ingiustizie, i dolori, da due punti di vista contrapposti, quello di dio , deluso, e dell’uomo, schiacciato da un dio crudele. Entrambi i personaggi sono forti ma estremamente fragili e trovano nella comprensione e nell’amore la via per affrontare dolori e delusioni, con un’apertura finale verso l’ottimismo, la fiducia e la speranza di momenti migliori, con il figlio di Ella, Lior, che per la prima volta riesce a dire “mamma”.

Recensione di Osvaldo Guerrieri su La Stampa: “Provate ad immaginare una psicoanalista, una donna di successo professionale ma di vita ampiamente disastrata, che riceve la telefonata di uno sconosciuto la cui angoscia richiede un intervento d’urgenza. E immaginate ancora che questo sconosciuto, dopo un sussiegoso tergiversare, dopo essersi definito un artista famoso, dopo avere dichiarato un’età di 5766 anni e di non avere mai avuto né un padre né una madre, riveli di essere Dio e chieda alla sbigottita, incredula, nonché atea psicoanalista, un’ora di terapia. Ne ha bisogno – dice – per cercare di risolvere una secolare depressione e una tristezza incolmabile.
Da qui, da questa paradossale premessa, esplode «Oh, mio Dio!», la densa, spiritosa e fortunata commedia di cui è autrice l’israeliana Anat Gov, morta di cancro nel 2012 a soli 59 anni, una donna a sua volta spiritosa e impegnata, tanto ironica verso il mondo, verso la politica del proprio Paese e verso se stessa, da esigere un funerale sulle note di una canzone dei Monty Python. «Oh, mio Dio!», ora prodotta da Torino Spettacoli, è pubblicata dall’editore La Giuntina. La commedia non si regge soltanto sulla trovata iniziale. Nel suo procedere dritto come una freccia ci pone dinanzi ad un dibattito litigioso che, forte di una consolidata tradizione popolare e letteraria, soltanto un ebreo può affrontare. Dio è stanco. Dio vuole morire. Dio si considera svuotato di divinità. E’ preda di un male oscuro che lo fa sentire inutile. «Non voglio niente. Non mi aspetto niente. Niente mi interessa» dice.
Non gli è rimasta una briciola dell’esaltazione di un tempo, quando creò il mondo, quando nel suo entusiasmo artistico inventò il sole, l’alba, la luna, la coccinella. Avrebbe dovuto fermarsi al quinto giorno. E invece… Invece cosa? gli chiede la donna. Invece andò avanti e di venerdì creò l’uomo. Lo creò perché si sentiva solo, perché aveva bisogno di un amico, ma l’uomo lo tradì e distrusse la sua felicità. «Che mondo meraviglioso era finché non siete arrivati voi. Un vasto, tranquillo parco safari».
Anat Gov procede per scambi serrati. Nel suo irresistibile dialogare entrano il Talmud, Freud, la Genesi, l’Esodo, il libro di Giobbe. Ecco, Giobbe, proprio lui. Su questo punto esplodono tutte le paure di Dio. La vicenda del mite Giobbe ha provocato la sua crisi e da duemila anni lo fa sentire solo e abbandonato, privo dei suoi proverbiali poteri, incapace di rapportarsi sia al cielo e sia alla terra. E’ sulla figura enigmatica di Giobbe che si frantuma la potenza creativa e distruttiva della divinità. La seduta psicoanalitica può dirsi a questo punto conclusa e il finale edulcorato, inutilmente ottimistico non toglie un’unghia al dibattito esistenziale-teologico che non smette di avvincere lo spettatore neppure per un istante.
Rispettosamente diretto da Girolamo Angione, lo spettacolo pone di fronte, ringhiosi e avversari da principio, alleati e reciprocamente comprensivi sul finire, Piero Nuti e Miriam Mesturino. Lei è la psicoanalista che deve tener testa all’Innominabile. La sua interpretazione, scaldandosi di momento in momento, acquista un piglio adeguatamente vigoroso e asciutto. Lui, Nuti, è il prodigioso novantenne che, assumendo le fattezze di Dio, gli dà il vigore, la prepotenza, la fragilità, i tremori, l’infantilità di un essere che ha ormai superato tutte le soglie del tempo. Lo si guarda agire in scena e non si può non restarne ammirati. Ecco un miracolo”.

Dalle note di regia: “Un testo originale, pervaso nella migliore tradizione yiddish da un umorismo sagace, che diventa, battuta dopo battuta, una vera e propria argomentazione teologica. Dunque, al di là del paradosso da cui muove, qualcosa di molto serio. E di molto divertente. Per il pubblico, certo, ma anche per chi è chiamato a realizzare lo spettacolo. Ecco perché. C’è un attore che è chiamato a interpretare Dio: ma non in una battuta, con un intervento da voce fuori campo: no, proprio Dio, l’Onnipotente, che ti si siede davanti e comincia a dirti tutto il suo disagio, la sua rabbia, la sua paura… quell’attore è Piero Nuti che rispetto all’età di Dio, plurimillenaria, è poco più di un bambino ma che di esperienza di vita e di arte ne ha così tanta da poter affrontare il personaggio con molta consapevolezza. E davanti a lui c’è un’attrice chiamata a interpretare la donna, la madre, la psicologa che in poco più di un’ora deve rimettere in sesto il Creatore e convincerlo che la sua creazione è l’opera di un grande artista. Quell’attrice è Miriam Mesturino: lucida, grintosa, penetrante, tenera e appassionata. Chi la conosce, nella vita e nell’arte, sa che quando vuole, non dà scampo a nessuno. Neanche al Padreterno. Ecco perché anche il regista è divertito al solo pensiero di lavorare allo spettacolo e fiducioso -anzi sicuro- di riuscire a divertire il pubblico” (Girolamo Angione)

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